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domenica 12 febbraio 2017

MONS. WARDA, ARCIVESCOVO DI ERBIL: «NESSUNO HA PROTESTATO MENTRE L’ISIS CI UCCIDEVA. TRUMP SI»

Arbil, Kurdistan iracheno - Gruppo di donne e bambini curdi in fuga alla periferia est di Mossul, per cercare riparo dai bombardamenti dell'isis.

‟Nessuno di coloro che oggi si strappa le vesti contro il presidente Trump, ha mosso un dito mentre l’Isis ci uccideva o ci obbligava ad abiurare”



Lunedì 30 Gennaio l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Warda, e il direttore della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre Acs-Italia, Alessandro Monteduro, hanno tenuto una conferenza stampa a Roma nella sede dell’Associazione della stampa estera in Italia per denunciare la deplorevole indifferenza dei governi e dei media europei di fronte al genocidio della popolazione cristiana e yazida perpetrato da anni nel kurdistan iracheno dai miliziani dell'isis, che anche l'ex presidente USA Obama, "premio nobel per la pace" si è sempre rifiutato di vedere.
Liberamente tratto da un'articolo pubblicato sul sito web cattolico | © CRUX | a cura della Redazione - Giovedì 2° Febbraio 2017


«Dov’erano tutti quelli che protestano contro l’ordine esecutivo di Donald Trump sull’immigrazione quando l’Isis uccideva noi cristiani e yazidi? Non ho visto nessuno protestare allora». L’arcivescovo caldeo cattolico di Erbil (Iraq), Bashar Warda, spiega perché la politica americana sui rifugiati non lo sorprende affatto («forse molti dimenticano che anche l’Europa ha provato a fare la stessa cosa») e senza nemmeno riuscire a provarne il benché minimo disgusto.

Nessuno Protestava, Allora!


Una settimana fa tutti i giornali del mondo hanno riportato dichiarazioni opposte di monsignor Warda. Che al giornale cattolico Crux Now chiarisce:
«Mi hanno citato fuori contesto. Certamente nel breve periodo la decisione di Trump può cambiare i piani di qualcuno, ma so che molte nostre famiglie solo questa settimana hanno avuto dei visti approvati». Certo, «tutti sono d’accordo che la misura è stata implementata male, c’è stata confusione.
Ma io non ho visto nessuno protestare quando gli Stati Uniti non ci davano un dollaro di aiuti mentre ospitavamo decine di migliaia di cristiani sfollati. E non capisco com’è possibile che tanti americani si arrabbino perché viene data la priorità a chi ha subito un orribile genocidio».

La religione non c’entra?


Monsignor Warda non risparmia critiche neanche ai media occidentali:
«Chi parla di “messa al bando dei musulmani” farebbe bene a misurare le parole perché ci mette in serio pericolo. La maggior parte degli americani non ha la minima idea di che cosa significhi essere un cristiano o una yazida in Iraq. E nessuno ha protestato mentre l’Isis ci uccideva o ci obbligava ad abiurare.
I terroristi ci perseguitano per la nostra religione, noi abbiamo perso tutto per la nostra religione e ora gli americani dicono che la religione non deve c’entrare in tema di visti, anche se la persecuzione religiosa è un criterio per avere lo status di rifugiato secondo l’Onu? Per me è pazzesco sentire certe cose».

Abbiamo festeggiato Trump


L’arcivescovo di Erbil non vuole che «i cristiani se ne vadano dall’Iraq» ma, aggiunge:
«Non posso che apprezzare gli sforzi del governo americano per dare la priorità a chi tra noi sta soffrendo, non solo cristiani, questo sarebbe un messaggio sbagliato, ma tutte le minoranze perseguitate. Noi ci siamo sentiti abbandonati dagli Stati Uniti fino ad oggi.
Non posso che essere contento se un presidente americano finalmente si rende conto che i cristiani hanno bisogno di aiuto. La verità è che noi cristiani abbiamo festeggiato quando Trump ha vinto perché speravamo che finalmente l’America si accorgesse di noi».

La Chiesa è madre di tutti


Monsignor Warda dice anche di capire chi vuole aumentare i controllo sui rifugiati:
«Io so solo due cose: primo, è terribile convivere con il terrorismo. Il mio paese lo fa ogni giorno e se gli Stati Uniti vogliono avere un processo di controllo più accurato, posso capirlo e lo apprezzo. È comprensibile che la gente abbia paura di chi entra nel proprio paese.
Secondo, la Chiesa cattolica è dalla parte degli immigrati, sempre, a prescindere da fede o origine. Noi siamo pastori di tutti: chi parte e chi resta. Il punto è che responsabilità ha il mondo nei confronti di questa gente: temo che i media si concentrino solo su chi parte e si dimentichino di chi ancora prova a vivere e sopravvivere nella propria terra legittima».

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