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sabato 18 giugno 2016

PADRE LEOPOLDO MANDIĆ: “IL PERDONO È LA TENEREZZA DI DIO”

San Leopoldo Mandić, in un'inedito ritratto nel convento dei Cappuccini di Santa Croce a Padova

 •   «A Dio solo l’onore e la gloria! noi dovremmo passare sulla terra come ombra che non lascia traccia di sé»   • 



Uno straordinario ministro del perdono di Dio. San Leopoldo, bastava vederlo, sentirne anche solo il nome, per essere spinti ad avvicinarlo e aprirgli la propria coscienza. Ancora giovane, all'inizio del ministero sacerdotale, al suo confessionale fu un accorrere di gente. Così nei vari conventi dove passò, anche se a Padova il movimento assunse forme crescenti e veramente eccezionali. Numerosissimi penitenti di ogni estrazione sociale e culturale si riunivano davanti alla porta del suo confessionale, disposti a lunghe attese, desiderosi di poter sentire da lui la parola del perdono, di avere un consiglio illuminato per la propria vita.


ra alto soltanto un metro e 35 centimetri, ma fu un reale 'gigante' di vita…
San Leopoldo Mandic «ha passato tutta la sua vita nella sua celletta confessionale, rimasta a monumento della Sua bontà, nel convento dei frati Cappuccini a Padova. Confessava dodici, tredici, quindici ore al giorno e assolveva oves et boves, cioè tutti».
Un piccolo grande santo della cui fede tutti dovremmo attingere l'essenza.



LA VITA DEL SANTO


Leopoldo nacque a Castelnuovo di Cattaro (l'odierna Herceg-Novi in Montenegro) il 12 maggio 1866, penultimo dei sedici figli di Pietro Mandić e di Carolina Zarević, famiglia cattolica croata. Al battesimo ricevette il nome di Bogdan Ivan (Adeodato Giovanni). Suo bisnonno paterno Nicola Mandić era oriundo da Poljica, nell'arcidiocesi di Spalato (Split), dove i suoi antenati erano giunti dalla Bosnia, nel lontano secolo XV. A Castelnuovo di Cattaro, all'epoca situato nella Provincia di Dalmazia, a sua volta parte dell'Impero Austriaco, prestavano la loro opera i frati francescani Cappuccini della Provincia Veneta (vi si trovavano fin dal 1688, epoca del dominio della Repubblica di Venezia).

LA VOCAZIONE RELIGIOSA


Frequentando l'ambiente dei frati, in occasione delle funzioni religiose e del doposcuola pomeridiano, il piccolo Bogdan manifestò il desiderio di entrare nell'Ordine dei Cappuccini. Per il discernimento della vocazione religiosa, fu accolto nel seminario cappuccino di Udine e poi, diciottenne, il 2 maggio 1884 al noviziato di Bassano del Grappa (Vicenza), dove vestì l'abito francescano, ricevendo il nuovo nome di "fra Leopoldo" e impegnandosi a vivere la regola e lo spirito di san Francesco d'Assisi.

Dal 1885 al 1890 completò gli studi filosofici e teologici nei conventi di Santa Croce a Padova e del Santissimo Redentore a Venezia. In quegli anni la formazione religiosa ricevuta dalla famiglia ricevette l'impronta definitiva nello studio e nella conoscenza della Sacra Scrittura e della letteratura patristica e nell'acquisizione della spiritualità francescana. Il 20 settembre 1890, nella basilica della Madonna della Salute a Venezia, fu ordinato sacerdote per mano del card. Domenico Agostini.

L'ASPIRAZIONE MISSIONARIA ED ECUMENICA


Di intelligenza aperta, padre Leopoldo Mandić aveva una buona formazione filosofica e teologica e per tutta la vita continuerà a leggere i padri e i dottori della Chiesa. Sin dal 1887, si era sentito chiamato a promuovere l'unione dei cristiani orientali separati con la Chiesa cattolica.

Nella prospettiva di un ritorno nella terra natia come missionario, si dedicò all'apprendimento di diverse lingue slave, compreso un po' di greco moderno. Fece domanda di partire per le missioni d'Oriente nella propria terra, secondo quell'ideale ecumenico, divenuto poi voto, che coltiverà fino alle fine dei suoi giorni, ma la salute cagionevole sconsigliò i superiori dall'accettare la richiesta. Infatti, a causa dell'esile costituzione fisica e di un difetto di pronuncia, non poteva dedicarsi alla predicazione.

I primi anni passarono nel silenzio e nel nascondimento del convento di Venezia, addetto al confessionale e agli umili lavori del convento, con un po' di esperienza da questuante di porta in porta. Nel settembre del 1897, ricevette l'incarico di presiedere il piccolo convento cappuccino di Zara in Dalmazia. Durò poco la speranza di poter realizzare l'aspirazione alla missione: già nell'agosto del 1900 fu richiamato a Bassano del Grappa (Vicenza) come confessore.

Si aprì un'altra breve parentesi di attività missionaria nel 1905 come vicario del convento di Capodistria, nella vicina Istria, dove sì rivelò subito consigliere spirituale apprezzato e ricercato. Ma, ancora una volta, dopo un solo anno, venne richiamato in Veneto, al santuario della Madonna dell'Olmo di Thiene (Vicenza). Tra il 1906 e il 1909 vi prestò servizio come confessore, salvo una breve parentesi a Padova.

SAN LEOPOLDO, MINISTRO GENEROSO DEL PERDONO DI DIO


Uno straordinario ministro del perdono di Dio. San Leopoldo, bastava vederlo, sentirne anche solo il nome, per essere spinti ad avvicinarlo e aprirgli la propria coscienza. Ancora giovane, all'inizio del ministero sacerdotale, al suo confessionale fu un accorrere di gente. Così nei vari conventi dove passò, anche se a Padova il movimento assunse forme crescenti e veramente eccezionali. Numerosissimi penitenti – di ogni estrazione sociale e culturale – si riunivano davanti alla porta del suo confessionale, disposti a lunghe attese, desiderosi di poter sentire da lui la parola del perdono, di avere un consiglio illuminato per la propria vita.

San Leopoldo Mandić fu confessore ricercato per le doti di sapienza e scrutazione dei cuori, dovute alla frequentazione dei testi biblici e patristici, ma soprattutto per la benevola accoglienza dei penitenti. Chi lo ebbe come confessore, ne lodò l’«accoglienza singolare», la «pazienza incredibile», la «delicatezza imperturbabile», il «grande senso di comprensione», il «grande cuore», l’«umanità nell'ascoltare». Se qualche penitente si lasciava sopraffare dalle lacrime o turbare da scrupoli, usava dire: «Stia tranquillo, metta tutto sulle mie spalle, ci penso io», e si addossava preghiere, veglie notturne, digiuni e privazioni volontarie.

Dei suoi penitenti si sentiva soprattutto «amico». Già al primo incontro si era da lui accolti come vecchie conoscenze, tanta era la cortesia, la cordialità. Padre Leopoldo «seppe fare della sua cella-confessionale, al dire di molti penitenti, un “salottino della cortesia”. Egli si mostrava pieno di bontà e di comprensione con quanti andavano a inginocchiarsi ai suoi piedi» (papa Paolo VI). Qualche volta, se avvertiva timidezza o diffidenza, con spontanea umiltà non esitava a farsi incontro, anche materialmente, alzandosi dalla sua poltrona.

Il prof. Ezio Franceschini, docente universitario a Padova e poi rettore all'Università Cattolica di Milano, che fu suo penitente, ricordò il dolore provato da padre Leopoldo quando venne tacciato di lassismo. Gli confidò il frate: «Dicono che do troppo facilmente l’assoluzione, anche a chi non ne ha le dovute disposizioni». Allargando le braccia, soggiunse: «Mi guardi, signore. Le pare che se un peccatore viene a inginocchiarsi davanti a me lo possa fare per me e non per il Padrone Iddio?».

Nella sua straordinaria semplicità, naturalezza e serietà d’intenti, padre Leopoldo accompagnò e guidò molti alla «misura alta» della vita cristiana, cioè alla santità. Consapevole che è Dio il primo artefice in quest’opera, diceva: «Dio è la guida di ogni anima, e ogni anima ha la sua via. Lo Spirito Santo è il primo direttore di spirito e resta sempre il primo; i santi li fa lui... A noi spetta solo il dovere di riconoscere e assecondare la sua azione e non intralciarla con le nostre meschine vedute». Tale opera di Dio, egli la riconobbe e favorì in molte anime: sacerdoti, religiosi e religiose, professionisti, padri e madri di famiglia.

Anche il beato papa Giovanni Paolo II, nell'omelia per la canonizzazione di padre Leopoldo, rievocando alcune sue espressioni, evidenziò il profilo esemplare del confessore: «In questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Egli manifestava così il suo impegno: «Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così, egli rispondeva: “È la mia vita!”».

«Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una così singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Penitenza; che richiama da un lato i sacerdoti a ministero di così capitale importanza, di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiritualità; e che ricorda ai fedeli, fervorosi o tiepidi e indifferenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la Confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l’eterna felicità».
(Papa Paolo VI, Omelia per la beatificazione di padre Leopoldo)

Marco Matteucci | Sabato, 18 Giugno 2016
PADRE LEOPOLDO MANDIĆ: UN PICCOLO GRANDE SANTO


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