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mercoledì 1 giugno 2016

JOSÉ SÁNCHEZ DEL RÍO, IL PICCOLO MARTIRE “CRISTERO” SANTO


 •  Torturato e seviziato, continuò a gridare fino alla morte: “Viva Cristo Re!”  • 



Il martirio di questa giovane vittima della persecuzione religiosa innescata dalla costituzione messicana del 1917, fu riconosciuto il 22 giugno 2004 dal Beato Giovanni Paolo II. Si è così potuto procedere alla beatificazione il 20 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, con una solenne cerimonia presieduta dal cardinale José Saraiva Martins, presso Guadalajara in Messico.


LA VITA STRAORDINARIA DEL PICCOLO MARTIRE



José Luis Sanchez Del Rio nacque a Sahuayo, in Messico, il 28 marzo 1913 da una famiglia solidamente cristiana, con la quale emigrò a Guadalajara. Lì ricevette la Prima Comunione e si distinse per la sua devozione alla S.S. Vergine di Guadalupe.


A seguito della promulgazione delle leggi anticlericali da parte del presidente Plutarco Elías Calles, si formò l’esercito popolare dei “cristeros”, cui si unirono anche i due fratelli di José, ma a lui, tredicenne, fu impedito. Visitando la tomba dell’avvocato Anacleto González Flores, chiese a Dio di poter morire in difesa della fede come lui, diventato quindi portabandiera dell’esercito “cristero”, venne catturato e messo in carcere nel battistero della chiesa di San Giacomo a Sahuayo. Fu barbaramente trucidato il 10 febbraio 1928, morì al grido: Viva Cristo Re!.

l coraggio non è da tutti, ma chi non ce l’ha può anche chiederlo, come grazia particolare, a chi di coraggio ne ha avuto da vendere. Coraggioso, nonostante sia poco più che un bambino, José Luis Sanchez Del Rio lo è sempre stato, ma a 14 anni, visitando la tomba di Anacleto Gonzalez Flores, ucciso per la sua ferma professione di fede ed ora proclamato beato, gli chiede il suo stesso coraggio per testimoniare Gesù anche fino alla morte.

L’occasione non gli manca di certo, perché quelli sono gli anni della “guerra cristera”, combattuta dai cattolici messicani come reazione alle leggi antireligiose instaurate dal governo che dapprima umiliano e poi perseguitano apertamente la Chiesa. Josè, nato il 28 marzo 1913, a poco più di dieci anni già svolge un apostolato spicciolo in mezzo ai suoi compagni, insegnando loro a pregare e accompagnandoli in chiesa per adorare l’Eucaristia.

Allo scoppio della “guerra cristera” nel 1926 i suoi due fratelli maggiori si arruolano in quella sorta di esercito popolare che cerca di ridonare al Messico la sua libertà religiosa: lui no, perché con i suoi 13 anni è poco più di un bambino. Tanto fa e tanto dice, però, che l’anno dopo riesce a farsi arruolare come aiutante da campo e, poco dopo, come portabandiera e clarinettista del generale Luis Guizar Morfin.

Proprio a quest’ultimo, nel corso della cruenta battaglia del 6 febbraio 1928 durante la quale il cavallo del graduato viene ucciso, il piccolo Josè cede la propria cavalcatura per consentirgli di mettersi in salvo, perché, dice, “la vostra vita è più utile della mia”. Non solo: con il suo fucile copre le spalle al generale fino a che gli restano colpi in canna.

Scontato che, poco dopo, sul quel ragazzino, disarmato e appiedato, le truppe federali riescano facilmente a mettere le mani. Per colmo dello scherno lo rinchiudono nel battistero della sua chiesa, ormai ridotta a stalla ed a carcere dei “cristeros”.

Dall'esterno lo sentono cantare e pregare ad alta voce, anche quando lo percuotono, lo seviziano e lo insultano. Non gli fanno alcun processo, perché sarebbe imbarazzante per i suoi carcerieri processare un ragazzo; tentano piuttosto di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà, denaro a profusione, una brillante carriera militare, addirittura l’espatrio negli Stati Uniti: tutte offerte respinte con sdegno al grido di “Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe”.

Il 10 febbraio, dopo che il piccolo Josè è riuscito a convincere i genitori a non pagare il riscatto chiesto loro dal governo e dopo essere riuscito a ricevere di nascosto la comunione come viatico dalle mani della zia Magdalena, i soldati sfogano su di lui tutta la loro ferocia, spellandogli lentamente le piante dei piedi, facendolo camminare sul sale e trascinandolo senza scarpe su una strada selciata fino al cimitero, mentre il piccolo Josè, spintonato come Gesù sulla strada del calvario e ormai ridotto ad una maschera di sangue, continua a gridare la sua fede.

Giunti al cimitero vorrebbero ucciderlo a pugnalate per non far rumore, ma il capo delle guardie dello spietato esercito massonico-comunista, esasperato dalla sua continua invocazione a Cristo Re, lo finisce con un colpo di pistola.

La memoria del “bambino cristiano” è rimasta inalterata in Messico in questi 80 anni e la Chiesa il 20 novembre 2005, con rito solenne presieduto da S.S. Benedetto XVI°, alla presenza del vescovo José Saraiva Martins, a Guadalajara in Messico lo ha proclamato beato insieme ad altri 12 compagni di fede.


IL MIRACOLO DI JOSELITO


La storia della piccola Ximena, salvata dal miracolo del giovane “cristero”



Colpita da un ictus a pochi mesi di vita, era già stata data per spacciata dai medici. Poi la guarigione inspiegabile grazie al giovane martire messicano

La piccola Ximena Guadalupe Magallón Gálvez non aveva «nessuna speranza di sopravvivere». I numerosi danni causati al suo fisico da un ictus l’avevano ridotta in fin di vita. Anche il suo cervello aveva subìto lesioni che i medici ritenevano irreparabili. Ma grazie all’intercessione di quel ragazzino eroe dei “cristeros” messicani, morto martire quasi novant'anni fa gridando «Viva Cristo Re!» davanti ai suoi aguzzini scatenati dal presidente massone Plutarco Elías Calles, Ximena Guadalupe è improvvisamente guarita.

Si è trattato di una guarigione inspiegabile. Tanto da spingere la Chiesa cattolica a riconoscerne l’origine divina. È questo infatti – stando alla ricostruzione pubblicata oggi dalla Catholic News Agency (Cna) – il secondo miracolo attribuito al beato José Luis Sánchez del Río, un riconoscimento che condurrà presto il 14enne portabandiera dei “cristeros” alla canonizzazione.

Aveva poche settimane di vita, Ximena Guadalupe, quando nel settembre del 2008 fu colpita da una febbre preoccupante. È la sua mamma, Paulina Gálvez Ávila, a raccontare in un post su Facebook questa storia. Il pediatra, preoccupato, spedì la piccola all’ospedale Santa María di Sahuayo, dove la famiglia si trovava all’epoca. Neanche lì però il personale medico riuscì a risolvere il problema. I genitori portarono allora Ximena nello stato di Aguascalientes, ma nessuno specialista sembrava essere in grado di aiutarla. «Abbiamo vissuto per due mesi dentro un incubo, i dottori non sapevano cosa stesse succedendo visto che lei non rispondeva a nessuna terapia», ricorda la madre.

Mentre i medici formulavano ipotesi, il polmone destro della bambina si riempiva di liquido. Quando se ne accorsero all'ospedale di Aguascalientes la situazione era già allarmante. Ximena doveva essere operata d’urgenza. Il dottore, racconta mamma Paulina, «ci informò che avrebbe dovuto sottoporsi a un intervento molto delicato: avrebbe potuto perdere molto sangue e morire. Noi acconsentimmo e gli dicemmo di fare tutto il possibile per salvarla, e che noi l’avremmo affidata a Dio». Dato il pericolo che correva, i genitori decisero di battezzare Ximena subito.

L’operazione riuscì, ma dall'esame dei tessuti la bambina risultò essere malata di tubercolosi. «Quando ci dissero che si trattava di tubercolosi e ce la portarono nella stanza, lei appariva strana, aveva negli occhi uno sguardo vuoto», scrive la madre. «Le parlavamo ma lei non reagiva. Dissi al dottore che aveva un brutto aspetto, non era la mia bambina perché lei sorrideva sempre prima».

La situazione, in effetti, era precipitata. Quando Ximena iniziò la terapia per la tubercolosi, i medici si accorsero che aveva subito un ictus con conseguenze devastanti: il 90 per cento del suo piccolo cervello era morto.

I medici iniziarono a parlare di «stato vegetativo» e dissero ai genitori che, considerato il danno cerebrale, a Ximena restavano solo 72 ore di flebile speranza.

Appena tre giorni, dopo di che non ci sarebbe stato più nulla da fare. Tre giorni che i genitori della piccola decisero di dedicare alla preghiera e alle Messe per «chiedere a Dio e a “Joselito” di intercedere per lei, di fare il miracolo».

Settantadue ore dopo, racconta la signora Paulina, giunto il momento di dire addio alla figlia, «chiesi di poterla abbracciare, poi avrebbero staccato la spina». Ed ecco il miracolo: «In quell'istante misi mia figlia nelle mani di Dio e di Joselito, e proprio allora lei aprì gli occhi e sorrise».

Gli specialisti, scrive la donna, «non sapevano spiegarsi quello che era successo. Avevano fatto tutto il possibile dal punto di vista medico, ed è allora che hanno detto che è stato un miracolo».

Dagli esami a cui la bimba fu immediatamente sottoposta risultò che l’80 per cento del suo cervello aveva ripreso vita. Il giorno successivo, ogni traccia dei danni subiti era sparita.

I medici avvertirono i genitori che comunque Ximena non avrebbe mai recuperato le sue funzioni: sarebbe probabilmente rimasta cieca e sordomuta e avrebbe faticato anche a mangiare e camminare. Invece fin da subito, per lo stupore di tutti, la bambina riprese a crescere in perfetta salute. Sua madre non ha dubbi:

Tutto è successo «solo grazie a Dio e all'intercessione di Joselito».


JOSÉ SÁNCHEZ DEL RÍO - IL PICCOLO MARTIRE “CRISTERO” SANTO


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