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martedì 24 maggio 2016

SANTI DEI NOSTRI GIORNI: ANNALENA TONELLI, IL CORAGGIO DI DARE


 •   «Tutti siamo chiamati all'amore, dunque alla santità... dobbiamo liberarci di tanta zavorra»   • 



“Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza un salario, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio”.


celsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero bambina e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo.
Null'altro mi interessava così fortemente: solamente Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale.

Una vita spesa per gli ultimi


Nata a Forlì nel 1943, Annalena Tonelli lascia l’Italia nel 1969, con in tasca una laurea in legge e alle spalle “sei anni di servizio ai poveri in uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del locale brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia, ai poveri del terzo mondo grazie alle attività del comitato per la lotta contro la fame nel mondo”.

Laica per tutta la vita, senza una famiglia né un’organizzazione alle spalle, Annalena raggiunge il Kenya, dove vive per 17 anni, prima impegnata con disabili motori e psichici, poi, dal 1976, responsabile di un progetto pilota dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la cura della tubercolosi in mezzo ai nomadi.

“Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza un salario, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio”.


L’inizio della sua opera in Africa non fu facile


“Tutto mi era contro allora, ero giovane (…), bianca (…), cristiana (…). E poi non ero sposata, un assurdo in quel mondo in cui il celibato non esiste e non è un valore per nessuno, anzi è un non valore”.


Dai nomadi del deserto impara la precarietà, consapevole di poter perdere tutto da un momento all'altro e dover ricominciare daccapo.

“Loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio”


Difatti, nel 1987, lasciato il Kenya, si sposta in Somalia, dove continua a occuparsi dei malati di tubercolosi, “la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo”.

La sua permanenza in questo paese è travagliata: deve abbandonare il paese una prima volta tra il 1990 e il 1991; fugge poi una seconda volta, salvata da un’esecuzione, finché nel 1996 approda nel Somaliland, a Borama, dove fonda un ospedale con 250 letti per malati di tubercolosi e di aids, e una scuola per bambini sordi e disabili, la popolazione è totalmente musulmana.

“Non c’è alcun cristiano con cui io possa condividere. Due volte l’anno, intorno a Natale e intorno a Pasqua, il Vescovo di Djibouti viene a dire la Messa per me e con me”.


La popolazione prega perché Annalena si converta all'Islam.

“Me ne parlano spesso con delicatezza, ma aggiungono sempre che Dio sa e io andrò in paradiso anche se rimarrò cristiana”.


Il 25 giugno 2003 viene insignita dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del prestigioso premio Nansen per l'assistenza ai profughi.

Il rispetto e l’amore della comunità locale non le risparmiano tuttavia il martirio. Minacciata per la sua testimonianza e la sua opera, il 5 ottobre 2003 due sicari le sparano alla testa mentre sta rientrando. Attorno al suo corpo si forma un cerchio di persone, per proteggerla. La trasportano in ospedale ma la ferita è troppo grave, Annalena Muore dopo poco senza riprendere conoscenza.

“Sento fortemente che noi tutti siamo chiamati all'amore, dunque alla santità... Certo, dobbiamo liberarci di tanta zavorra. Ma ci sono metodi pratici, ci sono strade,ci sono indicazioni chiare, c’è Dio nella celletta della nostra anima che ci chiama. Tuttavia la sua è una piccola, silenziosa voce”.



Marco Matteucci | martedì, 24 Maggio 2016
Annalena Tonelli: l'eredità di “un nessuno”


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