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giovedì 24 marzo 2016

STORIE DI GRANDI MISTICI: GERMANA SOMMARUGA, LA PROFEZIA DI UNA “DONNA QUALUNQUE”


 •  «Io sono come una foglia, Signore, una foglia sono, secca, che la Tua rugiada notturna imperla all'alba»  • 



In attesa degli sviluppi dell’inchiesta diocesana conclusasi a Verona lunedì 20 ottobre 2014, sulla vita, le virtù e la fama di santità di Germana Sommaruga vi proponiamo l’opportunità di conoscere questa figura straordinaria di donna, di speranza, di intellettuale coriacea e di consacrata al servizio di malati.

Una “donna qualunque” Germana Sommaruga (1914 – 1995) non lo era davvero: per l’intelligenza, per la cultura e, in modo specialissimo, per la sensibilità e i doni spirituali di cui il Signore l’aveva arricchita. Si può affermare che natura e Grazia in lei si sono espresse in modo notevole, malgrado, e al di là delle sue debolezze, limiti, fatiche, riservatezza...


Eppure lei sempre si definiva, si sentiva e viveva da “donna qualunque”, non per una forma di sciocca umiltà, ma perché il suo punto di riferimento, il suo termine di paragone non erano le altre creature, ma l’Uomo Gesù, l’unico vero uomo, fonte di Speranza. E su questa Speranza Germana ha veramente fondato ogni scelta della sua vita, con la passione dell’innamorata, con la sofferenza dell’inadeguatezza, con la pazienza di chi conosce la fatica del credere.

Forse solo in questa ottica si possono leggere le contraddizioni della sua personalità. Aristocratica di nascita e nel comportamento, era di intelligenza vivacissima, aperta su tutto. Sempre composta, timida e riservata,- orso – diceva 1ei, si apriva a chiunque con dolcezza, intuizione del cuore, attenzione vera, per cui l’altro si sentiva l’unico suo interesse: raggiungeva ognuno con un biglietto che rompeva la solitudine, una parola che incoraggiava, uno sguardo che accoglieva. Spingeva ognuno ad andare “oltre”, suggeriva e sosteneva nuove idee, aperture, slanci e al tempo stesso capiva debolezze e povertà.

Tormentata da dubbi di fede, da domande sul dolore, dalla sofferenza per il male e l’ingiustizia che la complessità dell’animo umano provoca, ma anche per l’infedeltà o la scarsa lungimiranza di qualcuno che vive mediocremente dopo aver donato la sua vita per il servizio della Chiesa.

Scrive Germana:
“La sofferenza può avere significato solo se interroghiamo la fede, anche se il mistero più profondo rimane, infatti Cristo ha dato un senso al dolore che in Lui e con Lui può trasformarsi in offerta, ma rimane il mistero della sua passione redentrice, a cui ogni umano patimento si associa per diventare corredenzione. Allora la sofferenza ha un senso se impariamo a volgere lo sguardo più oltre e più in altro, se cioè abbiamo presente il mistero pasquale di Cristo: dalla passione alla resurrezione”

La sua risposta era mettersi in silenzio e amore di fronte all’infinito Amore, rimettendo tutto il cammino suo e del mondo nelle mani del Padre, con la fiducia e l’abbandono che non elimina l’angoscia, ma le dà il senso del limite umano a comprendere.

San Camillo fu una grande presenza nella sua vita. Un modello? No, un “fratello”, un amico col quale si sentiva in sintonia, malgrado i secoli che li separavano: sentì sempre la gioia di essere nata 1o stesso giorno, il 25 maggio (1914 lei, 1550 lui) e di lui scrisse continuamente, a più riprese, con diversi linguaggi e vari approfondimenti, perché ognuno potesse cogliere al suo livello i messaggi che Camillo aveva comunicato più con la vita che con le parole; tra l’altro, ha curato la trascrizione in lingua moderna delle lettere che Camillo aveva scritto ai suoi religiosi. Solo la sua sensibilità poteva cogliere la similitudine tra lei e il “rude soldataccio” il quale però sapeva dire che occorre “stare accanto al malato con l’affetto che una tenera madre ha verso il suo unico figliolo infermo”.

Operò e visse da “donna qualunque”, in una casa di periferia, del suo lavoro di insegnante in una scuola media: ha amato la scuola, gli alunni, i colleghi di lavoro; nell’insegnamento era creativa e appassionata. Ha creduto nel lavoro che non ha mai voluto lasciare, malgrado i molteplici impegni, anche come mezzo del proprio sostentamento per vivere la povertà evangelica, per condividere ed essere con gli altri, con i pesi e le gioie del lavoro. Ha vissuto il suo atteggiamento “profetico” con gesti, parole, iniziative che nella loro semplicità potevano apparire normali, ma avevano dentro la potenza “creatrice” dell’amore che cerca di offrire una risposta al problema incontrato, ben cosciente che in alcuni casi sarà soltanto una goccia, ma anche cosciente di non poter passare accanto a chi soffre senza “chinarsi” su di lui e cosciente che le gocce formerebbero un oceano, se ognuno facesse il suo poco.

Scrive Germana:
“Si può andare incontro alla sofferenza umana in molti modi: primo fra tutti la preghiera che abbraccia vicini e lontani, che raggiunge ognuno. C’è l’umile offerta del proprio lavoro, delle proprie pene e gioie, impetrazione di conforto, perdono, serenità, speranza per chi soffre. C’è il dono del proprio tempo, delle proprie doti di mente e di mano, attraverso le 14 opere di misericordia, corporali e spirituali: gesti d’amore fraterno, dono di luce, di speranza, che possono riempire una vita. Forse molte vite sarebbero meno vuote se fossero colme della nostra attenzione, ascolto, sorriso, parola...”




Io sono come una foglia, Signore,
una foglia sono, secca,
che la Tua rugiada notturna
imperla all’alba.
Una foglia
caduta dal Tuo ramo vivo
nel solco di terra rimossa
per diventare, in essa, terra.
E Tu l’imperli di rugiada al primo sole!
Germana Sommaruga, donna della speranza

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