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mercoledì 9 marzo 2016

BENEDETTO XVI°: UN PAPATO PENITENZIALE


 •  L’ISOLAMENTO QUARESIMALE DI RATZINGER E DI UNA CHIESA DI CUI TUTTI PARLANO MA NON PER QUESTIONI DI FEDE  • 


Il tramestio di questi giorni, i leaks che escono dal Vaticano e finiscono sui tavoli dei quotidiani italiani, non scuotono la routine papale. Benedetto XVI nel suo appartamento al terzo piano del palazzo apostolico lavora compostamente, e in ricercato isolamento, a ciò che maggiormente ama fare: scrivere. Non solo il terzo volume di Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia (Luca e Matteo), ma anche i discorsi che la prossima settimana, in apertura di Quaresima, si appresta a rivolgere al clero. “Vorrebbe anche scrivere la quarta enciclica dedicata alla virtù teologale di cui ancora non ha parlato, la fede”, dice al Foglio un frequentatore assiduo dell’appartamento. “Ma non riesce a trovare il tempo”. Isolamento non significa che egli non sia preoccupato per la fuga di notizie e le sotterranee divergenze tra porporati: “Della chiesa di Roma”, ha detto ieri ai seminaristi della sua diocesi alludendo indirettamente alle recenti polemiche, “si parla in tutto il mondo, speriamo che si parli anche della nostra fede”. E poi l’affondo contro i media: “Non ci può essere il potere dell’apparenza, in cui alla fine conta quello che viene detto più della realtà”.

Quaresima, tempo penitenziale. Per molti, anche dentro la chiesa, è questo il canale sul quale Papa Ratzinger ha deciso di sintonizzare tutto il suo pontificato. Dopo i ventisei anni e mezzo trionfali del “Papa missionario” (copyright Luigi Accattoli), l’era Ratzinger, Papa teologo e scrittore che, investito dalla campagna sui reati e peccati del clero, chiede penitenza ed espiazione rifuggendo dalla battaglia sul campo, quella frontale. Un esempio vistoso è di queste ore. Venerdì scorso, mentre il gotha d’oltre tevere era impegnato in un symposium internazionale alla Pontificia università gregoriana tutto dedicato agli “errori della chiesa” incapace di arginare la pedofilia nel clero, dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, davanti alla Corte distrettuale del Wisconsin i denuncianti del caso “John Doe 16 vs. Holy See” annunciavano il ritiro dalla causa quando era data oramai per certa l’assoluzione piena per il Papa e per i cardinali Tarcisio Bertone (segretario di stato) e Angelo Sodano (decano del sacro collegio) accusati di avere responsabilità per gli abusi commessi da padre Lawrence Murphy, il prete che dal 1950 al 1974 aveva lavorato in una scuola per bambini sordomuti di Milwaukee, finito sulla prima pagina del New York Times nel marzo 2010, l’annus horribilis dello scandalo della pedofilia.

Nonostante il clamoroso esito della vicenda, nessuno tra le alte gerarchie vaticane osava dichiarare qualcosa in merito, a dimostrazione che, anche di fronte alla vittoria sulla faziosità di chi ha voluto portare in tribunale il Papa per crimini che non ha commesso, la parola d’ordine è ed è rimasta una: penitenza. E dunque silenzio, riserbo, ritiro. L’unico che, per doveri di ufficio, ha dovuto dire qualcosa è stato il legale della Santa Sede, l’avvocato Jeffrey Lena, il quale a Vatican Insider ha dichiarato come questa vicenda mostri “l’esistenza di un’azione congiunta a livello mondiale collegata agli abusi sessuali e diretta dal Vaticano. Su una teoria tanto datata quanto smentita è stata creata appositamente per i mass media una sequenza di eventi che ha trasformato un fatto gravissimo – la violenza sessuale perpetrata ai danni di un minore – in uno strumento di affermazioni mendaci circa presunte responsabilità della Santa Sede”. Quasi fuori tempo massimo su Avvenire è stato Gianni Cardinale, ieri, a domandarsi “dove sia finita la notizia”. Cardinale accusa esplicitamente i media di “sproporzione” tra il rilievo dato al caso, nel 2010, rispetto alla sua chiusura, ma non dice nulla in merito al silenzio interno.

Il tramestio di questi giorni, i leaks che escono dal Vaticano e finiscono sui tavoli dei quotidiani italiani, non scuotono la routine papale. Benedetto XVI nel suo appartamento al terzo piano del palazzo apostolico lavora compostamente, e in ricercato isolamento, a ciò che maggiormente ama fare: scrivere. Non solo il terzo volume di Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia (Luca e Matteo), ma anche i discorsi che settimana prossima, in apertura di Quaresima, si appresta a rivolgere al clero. “Vorrebbe anche scrivere la quarta enciclica dedicata alla virtù teologale di cui ancora non ha parlato, la fede”, dice al Foglio un frequentatore assiduo dell’appartamento. “Ma non riesce a trovare il tempo”. Isolamento non significa che egli non sia preoccupato per la fuga di notizie e le sotterranee divergenze tra porporati: “Della chiesa di Roma”, ha detto ieri ai seminaristi della sua diocesi alludendo indirettamente alle recenti polemiche, “si parla in tutto il mondo, speriamo che si parli anche della nostra fede”. E poi l’affondo contro i media: “Non ci può essere il potere dell’apparenza, in cui alla fine conta quello che viene detto più della realtà”.

Quaresima, tempo penitenziale. Per molti, anche dentro la chiesa, è questo il canale sul quale Papa Ratzinger ha deciso di sintonizzare tutto il suo pontificato. Dopo i ventisei anni e mezzo trionfali del “Papa missionario” (copyright Luigi Accattoli), l’era Ratzinger, Papa teologo e scrittore che, investito dalla campagna sui reati e peccati del clero, chiede penitenza ed espiazione rifuggendo dalla battaglia sul campo, quella frontale.

Un esempio vistoso è di queste ore. Venerdì scorso, mentre il gotha d’oltre tevere era impegnato in un symposium internazionale alla Pontificia università gregoriana tutto dedicato agli “errori della chiesa” incapace di arginare la pedofilia nel clero, dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, davanti alla Corte distrettuale del Wisconsin i denuncianti del caso “John Doe 16 vs. Holy See” annunciavano il ritiro dalla causa quando era data oramai per certa l’assoluzione piena per il Papa e per i cardinali Tarcisio Bertone (segretario di stato) e Angelo Sodano (decano del sacro collegio) accusati di avere responsabilità per gli abusi commessi da padre Lawrence Murphy, il prete che dal 1950 al 1974 aveva lavorato in una scuola per bambini sordomuti di Milwaukee, finito sulla prima pagina del New York Times nel marzo 2010, l’annus horribilis dello scandalo della pedofilia. Nonostante il clamoroso esito della vicenda, nessuno tra le alte gerarchie vaticane osava dichiarare qualcosa in merito, a dimostrazione che, anche di fronte alla vittoria sulla faziosità di chi ha voluto portare in tribunale il Papa per crimini che non ha commesso, la parola d’ordine è ed è rimasta una: penitenza.

E dunque silenzio, riserbo, ritiro. L’unico che, per doveri di ufficio, ha dovuto dire qualcosa è stato il legale della Santa Sede, l’avvocato Jeffrey Lena, il quale a Vatican Insider ha dichiarato come questa vicenda mostri “l’esistenza di un’azione congiunta a livello mondiale collegata agli abusi sessuali e diretta dal Vaticano. Su una teoria tanto datata quanto smentita è stata creata appositamente per i mass media una sequenza di eventi che ha trasformato un fatto gravissimo – la violenza sessuale perpetrata ai danni di un minore – in uno strumento di affermazioni mendaci circa presunte responsabilità della Santa Sede”. Quasi fuori tempo massimo su Avvenire è stato Gianni Cardinale, ieri, a domandarsi “dove sia finita la notizia”. Cardinale accusa esplicitamente i media di “sproporzione” tra il rilievo dato al caso, nel 2010, rispetto alla sua chiusura, ma non dice nulla in merito al silenzio interno... LEGGI TUTTO

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