Google+

Cerca un articolo nel blog

Grazie per aver visitato il Blog, adesso sono le ore |

sabato 7 novembre 2015

Mantovani: «Io, in carcere per invidia sociale»



 •   Lo sfogo di un galantuomo   • 

Il Tribunale del riesame ha appena detto no alla scarcerazione quando per la prima volta dall’arresto Mario Mantovani, tramite l’avvocato Roberto Lassini, risponde alle domande. Ex assessore, ex vicepresidente della Lombardia, ex sottosegretario alle infrastrutture, ex senatore di Forza Italia è accusato di corruzione, concussione e turbativa d’asta. Come ricorda l’arresto? «Ancora oggi non ho una percezione reale di quello che è avvenuto, vorrei pensare a un incubo se non fosse che sono stampate nella carne le lacrime di mia figlia Lucrezia, il coraggio di mia moglie Marinella, la forza d’animo di mio figlio Vittorio. Fortunatamente sono cattolico e penso a una delle grandi prove della vita». Cosa l’ha colpita di più? «Sapere di essere intercettato da 4 anni senza ricevere un avviso di garanzia. Sapere che viene chiesto un arresto che però avviene dopo ben 400 giorni. Sapere che le indagini devono avere un tempo pari a 6 mesi e tuttavia 4 anni scorrono senza essere stato sentito dal magistrato, come invece sono stati sentiti i miei delatori. Sapere di essere in carcere senza un giusto processo. Sapere che questa giustizia può torturare e uccidere senza mai neppure chiedere scusa. 

Al di là di tutto, ho fiducia nei giudici». 

Come trascorre il tempo? «Cercando di reggere sul piano psicologico, dimenticare l’odio e anche l’invidia sociale che qui mi hanno portato, scorrere le foto dei miei familiari e cercare di mandare anche un saluto a Giacomo Di Capua (arrestato, poi ai domiciliari, ndr), giovane e valente mio collaboratore che soffre con me questa tragedia». Cosa prova quando un politico la viene a trovare? «Allevia la mia pena. Non ricevo la visita soltanto di parlamentari, ex ministri, consiglieri regionali, anche se solo di maggioranza, particolare che mi fa riflettere. Ricevo anche tonnellate di telegrammi, lettere, messaggi di persone che non conosco che esprimono affetto, vicinanza, solidarietà, stupore e speranza». Berlusconi si è fatto sentire? «Ha chiamato la mia famiglia e questo mi basta. Ma ha espresso anche sostegno e affettuosa vicinanza con messaggi televisivi». 

Lei sarebbe stato corrotto dall’architetto Parotti che, in cambio di incarichi pubblici da lei favoriti, avrebbe lavorato gratis nei suoi immobili. «Non ho mai procurato incarichi all’architetto Parotti e per le sue prestazioni è sempre stato ampiamente retribuito. È un professionista in gamba, figlio di un vecchio amico di famiglia, ha lavorato per oltre 10 anni per le cooperative da me fondate con un compenso superiore a mezzo milione di euro». L’altra accusa è di aver fatto pressioni affinché l’ingegner Angelo Bianchi, arrestato con lei, non fosse allontanato da un incarico nel provveditorato alle opere pubbliche dopo un arresto e il rinvio a giudizio per corruzione. «Mai saputo del suo arresto e il rinvio a giudizio è avvenuto nel dicembre 2012 quando non ero più sottosegretario nel ministero dal quale dipende quell’ufficio. È stato demansionato nel febbraio 2014, ben 420 giorni dopo il rinvio a giudizio. 

Tempi in cui non avevo più rapporti con lui». Con il senno di poi, come si comporterebbe? «Probabilmente rifarei le stesse cose, anche perché se una segnalazione è interpretata come costrizione o induzione allora si dovrebbe portare in Tribunale mezza Italia». E l’appalto per i dializzati? «Un’altra bufala che quel pagliaccio di Crozza utilizza per fare satira e per tale ragione sarà querelato. Le cose sono andate così: mi chiama l’assessore al Bilancio, Massimo Garavaglia (leghista, indagato ndr), che stimo molto, e mi segnala le lamentele di un’associazione di volontariato dedita al trasporto malati. Prometto un interessamento anche se poi, trattandosi di una gara di appalto, preferisco soprassedere. Da assessore alla salute non mi sono mai occupato di appalti evitando di incontrare imprenditori privati, ma non ho potuto non incontrare i presidenti delle associazioni, anche perché si tratta di un servizio pubblico. Ho chiamato il direttore dell’Asl limitandomi a pregarlo di esaminare il problema e, solo se possibile, trovare una soluzione legittima. Non mi sono più occupato della questione». Rammarichi? «Non essere riuscito a far comprendere le azioni vere della mia vita. 

Una vita prima da insegnante poi da imprenditore infine da politico nella quale ho sempre cercato di interpretare al meglio i bisogni della gente offrendo risposte nelle sedi istituzionali. Non mi riconosco nel provvedimento che mi tiene in carcere. Non mi rappresenta, non è la mia storia, non è la mia cultura».

Nessun commento :

Vuoi commentare questo Post?

Inizio Pagina Su Pagina Giù Fondo Pagina Auto Scroll Stop Scroll